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Premio Nazionale di Poesia Maranatà
VI Edizione

Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre 2011
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Risultati

Risultati VI Edizione Premio Nazionale di Poesia Maranatà


La giuria della sesta Edizione del Premio Nazionale di Poesia Maranatà composta da: Santa Abiusi, Docente in Lingue e Letterature Straniere, Bari (Presidente di Giuria); Rolando Rizzo, Docente in Teologia, Scrittore, Poeta, Saggista, Firenze; Giuseppe Stragapede, Docente in Teologia, Poeta, Scrittore, Saggista, Alberobello (BA); Marisa D’Agostino, Docente di Materie Letterarie e Greco, presso il Liceo Classico “Cagnazzi” di Altamura, Presidente Associazione Cult. Amici della Fondazione “E. Pomarici Santomasi” di Gravina; Francesca Da Valle, Direttrice Didattica, Poetessa, Roma; Renato Greco, Saggista, Studioso della Poesia del ‘900, Poeta, Modugno (BA); Elisa Civardi, Dott.ssa in Scienze dell’Educazione, Bari
Ha così deliberato:


Sezione A:

  • Adolfo Silveto “Per la tua vita”, Boscotrecase (Na)
  • Fabiano Braccini “Vecchie monete ormai fuori corso”, Milano
  • Melina Gennuso “Sarà così nel tempo”, Massa Lombarda (Ra)
  • Valentino Sante “Umanità perduta”, Roma
  • 5° Ex-aequo:
    • Giuseppe Vetromile “Non andare oltre la clessidra”, Madonna dell’Arco (NA)
    • Marisa Provenzano “Sappi o Dio” Catanzaro
    • Jessica Cinalski “Rinforzami d’amore”, Morcone (BN)
  • Premio Speciale della Giuria come poeta pugliese: Carmen De Mola “L’ultima estate da bambino”, Polignano (BA)

Segnalati:

  • Franco Fiorini “Figli del vento”, Veroli (FR)
  • Mario Aldo Bitozzi “Mare nostrum”, Udine
  • Ivana Brigliadori “Preghiera”, Bologna.
  • Maria Rosaria Rozera “Un lacero barcone”, Latina.
  • Emilia Fragomeni “Plaza de majo”, Genova
  • De Martino Caterina “Se Tu tornassi,Gesu’” Catania
  • Lenio Vallati “C’è una casa”, Sesto Fiorentino (FI)
  • Salvy Musso “All’imbrunire”, Casteggio (PV)
  • Silvana Aurilia “ Le mani”, Napoli
  • Rodolfo Di Rosa “Il detenuto”, Agrigento
  • Maria Natalia Liriti “Sentieri”, Bova Marina (RC)
  • Milvia D’ Argenzio “La porta: uscita di salvezza”, Firenze
  • Nino Cesarano “Uno scugnizzo negro”, Nola (NA)
  • Angelo Vecchio “Il giorno dell’amore (A settant’anni)”, Guardia (CT)
  • Carmelo Consoli “Noi di capo speranza”, Firenze.
  • Gaetano Ascione “Lontano”, Ercolano (NA)
  • Ferruccio Giaccherini “Emigranti (di ieri e di oggi)”, Pordenone
  • Rosanna Spina “Chissà se Dio”, Venturina (LI)
  • Gilda Mele “Vento d’amore”, Foggia
  • Anna Maria Cardillo “La vita e la morte”, Roma
  • Giuseppe Sammartano “Angeli pescatori”, Paternò (CT)

Sezione B – Giovani:

Stefano Mazzariello “Africa”, Reggio Emilia
Claudia Alessandra Messina “Il Grido Del Mondo”, Melilli (SR)
Vito Ricchiuto “Minuti Trascorsi”, Bari


La Cerimonia di Premiazione avrà luogo presso la sala Convegni
Officine Culturali in via San Vito Vecchio, 8 a Gravina alle ore 18,30
del 08/10/2011.


Opere vincitrici


Per la tua vita

1° classificato
Adolfo Silveto

Per la tua vita ho grappoli di dubbi
pensieri di dolore a scaglie e a schegge,
madonnari dipinti sulla nebbia
di valli morte,
fradicia pioggia che scompone pietre
di marciapiedi rotti.
Per la tua vita ho treni sferraglianti
su vecchi ponti con piloni marci
dove la storia è sempre fatta a pezzi
dalle nuove tristezze della sera.


Per la tua vita ho pascoli di muffe,
pensieri ricoperti di fuliggine,
ostinate finestre su crocicchi
di paradisi spenti
dove passano i vivi che son morti,
vestiti di rumore a trafficare
per un brandello d’anima.


Per la tua vita ho lune arroventate
per ogni pugno chiuso di ragazzo
che sniffa dentro il buio delle sue morti
nel liquame sfiorito dalle occhiate
senza speranza.
Ho bambini dormienti mai cresciuti
con le chiavi smarrite del futuro.


e madri inginocchiate nel silenzio
col perdono nei fianchi appeso al nulla
dall’amico tradito e il figlio ucciso
dal caino di turno.


Per la tua vita ho maschere d’amore,
parole seppellite dalle guerre,
con nelle mani l’oro che si stringe
strappato dalle viscere col sangue
di chi si piange con la bocca piena.


Per la tua vita ho brividi di sogni,
trepidi venti in lucide illusioni


e…..un germoglio di cuore in una serra.


Vecchie monete ormai fuori corso

2° classificato
Fabiano Braccini

A te, piccolo mio da poco nato,
racconterò l’arcana meraviglia
delle stelle lucenti di stupore
nelle serate uggiose degli inverni:
di quando mi perdevo ad ascoltare
il suono lamentoso d’un violino
che provando e riprovando paziente
armonie sempre nuove,
inventava insieme al vento melodie
struggenti come ogni addio d’amore.


Ti dirò dell’abbaino sul tetto
dal quale mi si apriva un vasto mondo
con le giungle misteriose di Kipling,
le tigri minacciose di Salgari
o i profondi mari blu di Verne.


Da lassù – con le ali della fantasia-
mi pareva perfino di toccare
le lunghe penne bianche, rosse e nere,
dei superbi indiani Apache o dei Sioux
e cavalcare, libero, con loro.


Pian pianino ti mostrerò i regali
che il mio Babbonatale ‘personale’
m’ha lasciato per anni, di nascosto,
sotto la cappa del vecchio camino:
poveri, ma rincartati d’argento
e d’oro per far brillare la gioia
nei miei occhi sorpresi di bambino.
E i tremuli lumini colorati
accesi nelle notti a capodanno
per illuminare il viale dei sogni.


Ti parlerò anche dell’inebriante
dolce profumo delle primavere
che respiravo a pieni polmoni,
dei cieli tracciati da mille voli,
dell’ondeggiare delle spighe bionde.


Sono oramai monete fuori corso:
ma vorrei che quel prezioso tesoro
della mia incantata fanciullezza,
quantomeno aggiungesse
un grammo di ricchezza alla tua vita.


Sarà così nel tempo

3° classificata
Melina Gennuso


Vele di dolore
figure avvolte nella compostezza
nel silenzioso andare
coi visi bagnati e muti, girano il capo
verso una madre inginocchiata
ad avere cura di un marmo di gelo
venato di nero rivolto al cielo
mortificato e triste nel suo grigio
Lucida con fare ritmato, lento
come a volere imprimere i pensieri
farli passare ad abbracciare un volto
scaldargli il cuore
quasi a credere al risveglio.
Sono i cipressi a circondare foglie
molte cadute prima dell’autunno
seminando in terra urla e pianto
fino a sommergere vite ancora in vita
unendole a una croce e fiori freschi
in una processione quotidiana.
come a rifargli il letto la mattina.
Eccolo il grembo piegato sulla terra
madre persa in una fotografia
aspetta una risposta mai arrivata
da labbra che lei ha disegnato
sulle sue mani a forza di toccarle.
Non c’è né pace né rassegnazione
nel cuore aperto alla bruciante lava
seppure Angeli pian piano copriranno
con teli bagnati di tempo
e di preghiere.


Umanità perduta

4° classificato
Valentino Sante


E ancora il sole si oscura sui galeoni
in rotta verso l’Alabama,
chiglie di acciaio solcano
un’infamia di secoli.
Hanno spento sorrisi e voci,
hanno offuscato gli occhi
agli angeli di Gaza e di Beslan;
i figli del Darfur succhiano solo la morte.
Ma dove eravamo noi, dove…
quando la luna sanguinava
sul filo spinato di Auschwitz e di Dachau
e ancora sulle croci a distesa spiegate
fino a scomparire sulla montagna di El Alamein?
Olocausti negati e dimenticati, null’altro,
memorie spente e smarrite nell’oblio
con una storia che spalanca le fauci
a ripetere il suo macabro rito.
Dove, eravamo noi…
che ci ostiniamo a guardare il fratello
con gli occhi di Caino?
Tu va se vuoi, vai ancora
sui sentieri dove non m’incontrerai mai,
dove la terra rantola cinica
pure sul letto di Eluana
e dissipa primavere al gelo della galaverna.
E adesso, lasciatemi piangere vi prego
sopra questa umanita’ senz’anima
trafitta, annientata e ancora crocifissa,
lasciatemi andare a braccia alzate
sotto questo cielo che prodigo
scroscia e monda il sordido.
Dimentica, o poeta, il buio e l’ombra nera
dimentica le note del dolore
e cantaci ancora la vita!


Non andare oltre la clessidra

5° classificato
Giuseppe Vetromile


Ritroverai il bianco della luna alla destra del quartiere,
rinnovato in un grumo di silenzio, ora che è notte
e il grido del sole più non sovrasta ogni cemento.
Abbiamo di nuovo fermato le bocche in questo
hic et nunc in progressiva dissolvenza verso il vuoto
in giro per le stanze… Amore: nulla più conviene a noi
se non un brivido d’attesa: il giorno è finito come tanti,
e gli altri non sanno ancora di mostrarsi. Fino a noi
c’è quest’abisso inusitato da coprire, lente le ore
sotto le lenzuola. Un geranio all’angusto davanzale
è ancora desto, diritto, a sfida dell’ignoto. E tu
non andare oltre la clessidra: il nostro, vedi,
è un rotolo di tempo che degrada in limatura,
non già risorge più l’antico attimo felice…


Abbandona dunque il piano di follie, la città
indiscussa e le mani operatrici, non fare niente
sul limite del sonno: le stelle hanno risvolti
misteriosi, e l’alone sul tuo viso ne è l’emblema
più sicuro. Cade ancora la sera sul guanciale
degli oblii, e tu non ti ritrovi: certo, l’altra faccia
è dietro il cielo, nascosta nel sogno dei poeti,
in attesa dei risvegli fortunosi. Domani
sarà infatti un nuovo dire e un nuovo fare, ma
ogni speranza brucia poi sotto il sole,


e di questa notte, mia cara, un’altra volta
non rimarrà che arsura!


Sappi o Dio

5° class. ex-aequo
Marisa Provenzano


Non so quando tu mi chiederai il conto
ma sappi o Dio che non sarò pronta
Lascia che almeno abbia il tempo
di scrivere gli ultimi miei versi
che possa ancora guardare oltre la mia finestra
in quell’azzurro dove annego il cuore
che possa ancora accarezzare un sogno
e raccogliere gli ultimi sorrisi
stringere quelle mani dolci e amiche
che sorressero il mio breve andare
Non mi negare ancora un’occasione
per accarezzare il volto di chi ho amato
per raccontare l’ultima mia fiaba
per chiedere perdono al mio nemico
per riguardare ancora quelle foto
e tuffarmi nel silenzio dei ricordi
Donami o Dio ancora un’altra ora
per ascoltare il canto della sera
e la campana stonata della chiesa
guardare come sempre la mia luna
accompagnarmi alle ombre del passato
fugare le paure ed i tormenti
per arrivare a te con l’anima mondata
da ogni dubbio ed oscuro timore
Sarò pronta di accoglierti tra le mie braccia
e tu mi porterai oltre le stelle
assieme fuggiremo oltre il silenzio
ed io sarò felice di guardarti
e sprofondare nell’infinità del mondo
nuvola angelo o solo immagine
fugace essenza della tua passione.


Rinforzami d’amore

5° class. ex-aequo
Jessica Cinalski


Quanto amore posso contenere in questo mio cuore?


Io ne voglio di più!


Voglio che esca da lì ed arrivi nei miei occhi
perché non si offendano guardandosi derisi;
perché comprendano chi non ha amore.


Voglio che esca da lì ed arrivi nelle mani,
perché diano calore,
perché tirino,trascinino chi non ce la fa più a camminare.


Voglio che esca da lì ed arrivi alla mia bocca,
per farla sorridere di nulla,
per viaggiare in parole che diano forza.


Ne voglio di più perché arrivi alle mie gambe
perché non si stanchino mai,
perché vadano sicure incontro alla vita.


Voglio che arrivi alle mie orecchie,
per addolcire i suoni amari
e nella mia mente
per sentire che vale la pena di lottare,
che posso ancora cambiare il mio domani.


Io ne voglio di più!


Voglio che esca da me ed arrivi tutt’intorno,
entri nelle cose e le renda più belle
per le mie mani e per quelle degli altri.


Voglio che arrivi alla gente,
a chi ne ha bisogno,a chi crede di non averne;
nei silenzi degli angoli,
nel fragore della pienezza.


Voglio che sia forte,
così forte da arrivare proprio lì dove non è cercato;
fiero, per guidare sempre il mio cammino
e profondo, per raggiungere l’essenza.


Signore, riempimi d’amore coraggioso,
fa’ che possa straripare!
Signore, rinforzami d’amore!


L’ultima estate da bambino

Premio Speciale della Giuria
Carmen De Mola


Come un numero sulla faccia di un dado (1)
mi sporgevo dalle logge assolate
a rubare sogni di basilico.
Era piccola la mia piazza
a percorrerla tendendo un filo d’aquilone:
quattro canne in croce e carta azzurra
ad accogliere il cilestro nel mio gioco.


E culminò a passi di solstizio
la mia ultima estate da bambino,
sulle basole sferzate dal libeccio
e palloni sfuggiti alla difesa.
Smarrii anche il miele di quei giorni,
ciucciati come frutti di carrubo,
nelle occhiate pallide di luna
delle notti prima degli esami.


Poi legai il filo dei miei sogni
ad un treno che chiamavano del Sole.
Si inzuppava dolce d’addii una luce di carta
alla stazione.


Ora sono qui a sbrogliare ore lontano
dall’abbraccio di calce dei sottani,
dagli sguardi innamorati di mia madre
dalle zolle nere e nette dell’aratro
di mio padre.
Riaffiorano nel vento di brugo
di questo Nord che mi diede casa e pane
sistri argentei di cicale fra le stoppie
e le voci d’oliva degli amici.


Ma se una rondine nel cielo,
s’inventa schicchere sottili alla mia sera
è il commiato di Maria occhibelli
che quel giorno mi chiedeva di restare.


Figli del vento

Segnalato
Franco Fiorini


Inesauste tornano memorie
di una terra fatta sangue nelle vene
verdi gli anni come l’erba sopra i fossi
ali donava ai piedi l’avventura.


Si partiva all’alba contro la calura
a caccia di cicale sopra i pioppi
a tentare segreti tra le fronde
i piedi nudi ad arrossar le stoppie.


Non ci fermava il fuoco dell’estate
a sciogliere l’infanzia sulla pelle
ci soccorreva l’acqua del torrente
a regalare giochi di spume alle cascate.


La danza era di lucciole la sera
presto sorprese a un passo dalle stelle.
Aquiloni eravamo in braccio al vento
a liberare voli senza tempo.


E noi che del vento fummo figli
una vita lasciammo alle colline
agli specchi di cielo nelle fosse
allo stupore delle lune alle ginestre.


Lasciammo il cuore al calore di un camino
all’odore del pane dentro al forno
ai ritorni di un padre senza eguali
a un soffio di carezza sul cuscino…


Ma il tempo non si ferma a ricordare
e liberi solcammo le stagioni
ancora aquiloni sulle rotte del destino
fili di memoria a sostenerne il volo.


Agrodolce venne il giorno dell’approdo
quando il vento si fa stanco e lento il volo
ma noi che respirammo fieno e grano
mai consegnammo l’anima ai rimpianti.


Anche l’autunno ha bisogno di canzoni
a cullare grappoli di vigne sopra i colli
dolci come le more su labbra di fanciulli
figli del vento stregati dalla luna.


Preghiera

Segnalata
Ivana Brigliadori


Io non so se non credo
e se appartengo o no a questa realtà.
Ma non avendo in tasca il peso dei sassi della verità
e scoperte tutte le vene della fragilità
abbandono gli occhi con la leggerezza della mia incapacità e prego:
“Mio Dio!
Libera le croste nere della mia coscienza
Allontanami dall’ignoranza
libera le prigioni delle mie definizioni,
dei miei concetti,
delle mie affermazioni.
Non coinvolgermi più nella pena infinita del peccato
non racchiudermi in questa forma animale.
Risveglia l’intelligenza del mio cuore
orientami ad una sana percezione
insegnami ad ascoltare sensazioni.
Espandimi,
dilatami e fammi esplodere nel tuo viaggio astrale.


E se con mantra indiani e cantilene dal Giappone
faccio solo confusione,
immergimi nelle tue antiche polifonie
e sommergimi coi tuoi canti gregoriani.
Rimettimi fra le dita la corona del rosario della mamma e addormentami con una nenia o con un’orazione
come una ninna nanna
anche se va oltre la mia comprensione
perché non trovo le parole dentro la ragione e la condizione,
con quel sapore forte che sgranando i tuoi vecchi chicchi di legno
mi allontano dall’incomprensione di altre tradizioni
e mi avvicino alla tua croce e al tuo Calvario
allontanami dall’inferno che ho creato
poi agganciami in eterno al tuo perno.
Insegnami ad inginocchiarmi di fronte al mistero,
fammi vedere l’albero che sono io e che ho di fronte,
fammi capire chi sono e chi ero.
Mostrami il sentiero vero anche se porta al cimitero.


Un lacero barcone

Segnalata
Maria Rosaria Rozera

Folate di vento, mare in subbuglio,
sulla battigia sentore di sciagura,
lacero il barcone pronto alla traversata.
Nessun dubbio,
impossibile rinviare la partenza,
troppo marasma nelle vicende
e nessun segnale per un briciolo di pace.
Pesante il carico:
troppi sogni avuti in retaggio,
immensa la speranza della libertà
e… ci sei tu
spogliato dell’età,
privo di gioie infantili.
Sogni una corsa tra un prato in fiore,
inventi l’ odore de pane
in un mondo in cui la miseria non ha forma.
Hai imparato a giocare col fucile
tra indifferenza e dolore
e conosciuto il baratro della guerra
nello squarcio della notte con lampi artificiali.
Poi la violenza della burrasca
si abbatte su di te, vittima inerme.
S’incrina il corpo, si perde il respiro
dentro abissi di acque e di silenzi,
dentro tante parole di pace,
nel seno delle nostre colpe.
Il mare ti spinge verso la sua lastra di sepoltura,
il cielo ti accoglie nella sua promessa di luce
e riappare la tua immagine,
pargolo fluente di grazia e leggiadria,
alle radici dei germogli della nuova aurora.


Plaza de Majo

Segnalata
Emilia Fragomeni

Nell’incerto aggrapparsi al fluttuare
di apparenze, vagano come anime
randagie nel silenzioso buio del tormento,
in corsa con le sillabe del tempo
che ricerca echi al loro sangue.
Si rifugiano nella solita piazza
-dove s’annidano oasi di speranza
e forse ancora libero vola un sogno-
E parlano tra loro, parlano a lungo,
rovistando impietose tra i pensieri,
fino all’estremo soffio del mistero,
illuminato dalla loro pena. Frugano
tra memorie e cerchi d’ombra,
tra luoghi vaghi senza più contorni,
per dire il senso, l’emozione e il dramma
dei loro incerti affanni, accartocciando
l’anime nel cielo. Un ricordo si staglia
_ ma lontano, quasi sommerso in mezzo
a neri flutti – e accende la memoria
di frammenti di immagini vissute,
nella falla dei sogni sgualciti.
Poi la visione amara dell’appello
e i rintocchi lenti di campane. Con loro
accordano fiati di candela, fumi di terra
e supplizi di pietra. E’ qui che vivono
l’anima sospesa,muro di sogno alla loro
fantasia, da corde di chitarre accarezzata,
da perle di giustizia ammantata.
E parlano ancora, parlano incessanti
dei loro figli spariti nel mistero, vestiti
ora forse di torture o già sepolti dentro
una tomba oscura. Sembrano solo
fragili farfalle, metafore di voli
di stagioni pallide. Ma sono ombre
luccicanti tra nuvole nere, che,
abbracciate a se stesse, aspettano
il ritorno dei figli nel valico supino
del mistero. E intanto, avvinghiate
a un atomo di speranza, sventolano
un nome scritto su un fazzoletto bianco.


Se Tu tornassi, Gesù

Segnalata
Caterina De Martino

Sui muri incombenti
della città
graffiano solitudini
sibili d’aiuto
sirene urlanti
nella concitazione
del traffico caotico.
Dietro gli angoli contesi
una Croce scura
si staglia.
Se Tu, oggi, tornassi, Gesù,
tra la ferocia dell’indifferenza
consumata sui marciapiedi.
Passi veloci scavalcano
un corpo riverso,
forse morto, forse drogato
o addormentato sopra un cartone
che sporca la via…..
Se Tu tornassi. Gesù
a sentire il puzzo di bruciato
di uno straniero arso nella sua baracca..
Se Tu tornassi, Gesù,
ai singulti di una ragazza
abbracciata nella croce di vergogna…..
Se Tu tornassi, Gesù,
a udire il grido soffocato
di un invalido sotto i colpi all’impazzata
di ragazzini in branco…..
Se Tu tornassi, Gesù,
lungo le strade
negli angoli bui dell’anima
a fibrillare con nuova pietà
i battiti di vita di ognuno,
se Tu tornassi nel cuore dell’Uomo……


C’é una casa

Segnalato
Lenio Vallati

C’é una casa
piena di finestre
spalancate al tramonto
a strapiombo sul mare.


A un passo dall’abisso,
a un metro dal cielo.
Un sole freddo
esitava ad entrare.


Ti ho vista,
il tuo volto riflesso
nei vetri freddi,
appannati del cuore.
Nebbia fitta
nella tua anima.


Ho accolto il tuo grido
di gabbiano ferito,
la tua triste
preghiera di aiuto.


Ho proteso una mano
a cercare la tua,
mi hai sorriso.
E una parola è uscita
dalle tue labbra stanche,
“amico!”


Le mani

Segnalata
Silvana Aurilia

Graffiano per porvi l’ultimo seme
le mani di mio nonno
la coperta color della terra.
Disegnano solchi paralleli
per lenire il dolore dell’ultimo istante.


Sono le mani di mio nonno
forti, spesse, nodose
radici di alberi avvinghiate alla zolla
che non sanno di mollezze né di facili impegni.


Profumano di erba dura di ghiaccio,
di grano falciato al sole cocente,
di frutti strappati al ramo.


Si abbandonano ora sulla coltre
languide per trovare riposo eterno.


Il detenuto

Segnalato
Rodolfo Di Rosa


Qui sto consunto a perder chili
con la dolente ironia del cavallo
prigioniero ristretto come in una stalla.
I miei giorni si dissolvono
sulla parete scritta dai sogni
il freddo avrà ancora il vento nel cuore
l’ora estiva si farà fornace.
Da questra finestra quadrata
stretto è il sole e intrusa la luce,
il cielo a fette è l’occhio mio cieco
oltre l’alto muro da prigione ad altare.
Sento stasera uno zefiro libertino
sull’abbraccio delle radici degli alberi,
vaggio nel silenzio a portare via gli occhi
a guardare la notte che si apre
sul mio tempo traboccato dagli anni.
Madre, ti dedico tutta la mia vita
con l’agonia di un Cristo
nel suo candore d’eucaristia.
La mia parola libertà sta scritta
inchiostro chiaro sul bianco della stanza,
segna limpida la traccia della mia innocenza
dentro l’impuro processo
di questo mio ultimo intimo viaggio.
E’ scritta a tracce di seta nell’aria che respiro
è scritta sulla tua pelle dalle carezze passate
è scritta da un dio che ha compassione.
“Libertà”, questa è la mia parola,
la sua voce mai la dice
eppure è solo sua in queste due forme:
inchiostro sul muro e sogni nel sonno.


La Porta: “uscita di salvezza”

Segnalata
Milvia D’argenzio


Bruciata dal bagliore
dell’omicida lampo, deflagrata
da aguzzo ordigno di morte
che, come angelo di folgore,
piomba dall’alte dimore,
la parola dell’uomo
s’è franta nell’urlo, scomposta
negl’insensati suoni della doglia,
impietrita nella scoperta di sé,
per la bestia che, da oscuro genio,
è uscita ferrigna, mostruosa,
estranea come un alieno sconosciuto.


Aiuto, aiuto o Dio per la nostra potenza,
per l’impotenza della nostra potenza,
che sa creare…morte.
Aiuto per la vertigine
che ci abbaglia ed acceca
quando, guardando dentro al nostro fondo,
vediamo solo un pozzo senza fine.
L’apice dell’arte nostra
è un abisso che ci sovrasta…
Quanto ci è vasto il male e quali muri
le sue fortezze lisce da scalare…
Vedi che sempre scivoliamo in basso,
nel nostro labirinto in cui vaghiamo,
sbattendo il capo perché non vediamo.


Altra “Parola”
fai che il mondo scorga,
quella che disse “sia la Luce” e fu,
la quale sola sa creare Vita,
e tuttavia nel nero vuoto scese
per tenderci la mano e trarci fuori.
Fai che il mondo si apra al tuo chiarore
quello che solo illumina la Via
e mostra a noi l’uscita di salvezza:
La “Porta” che Tu hai posto
ha due battenti aperti:
due braccia spalancate su una croce.


In memoria delle vittime di Hiroshima e di quelle di tutti gli orrori della storia

Sentieri

Segnalata
Maria Natalia Liiriti


Se camminando sui sentieri del tempo,
lo sguardo occupato dal fare
i piedi in tensione perenne
ti capiterà di affrontare un pensiero
fermati, aspetta, riposa.
Accogli il silenzio che contiene il respiro,
i dubbi, l’orgoglio e l’amore nascosto,
fanne parole di preghiera.
Esistono tempi
sopravvivono luoghi
dove è più facile vedere col cuore.
Esistono modi
si aprono mondi
dove è semplice amare la vita.
Così si conduce l’uomo nel mondo,
indifferente e insicuro,
nella scalata dei giorni
nel vuoto di mesi affannati e distratti
nella rete degli anni che si accumula sul viso.
Tu cammini alle sue spalle Gesù
e per vederti bisogna fermarsi,
voltare la testa nella Tua direzione.
Sei un compagno discreto
partecipi al viaggio di tutti,
sostieni il passo,
consoli l’inciampo,
sciogli l’indecisione.
Passo al passo, fianco al fianco
sussurri parole nuove. L’eterno è vicino.


La vita e la morte

Segnalata
Annamaria Cardillo


Rispetta la Morte
tanto quanto la Vita,
che quella non è che di questa
soltanto l’altra faccia,
come la luna che, delle sue,
mostra sempre la stessa.


Non temere la Morte
se della Vita tu non hai paura:
altro non è che un cambio d’abito inatteso,
improvvisato al buio di una stanza.
E’ un treno preso in corsa,
senza biglietto, alla stazione più vicina;
è un posto offerto a teatro in prima fila
dove mettono in scena la tua storia,
con la parola fine e giù il sipario.


Attendi la Morte
come tua madre ti portò nel ventre
chiamandoti col più dolce dei nomi
ancor prima di conoscere i tuoi occhi.
Non pregarla perché ripassi ancora:
quando il tempo è maturo
per spiccar frutti ai rami
è inutile voler cogliere i fiori.


Sorridi alla Morte
se alla Vita hai donato te stesso,
se hai speso generoso i suoi giorni,
se con gioia hai atteso i tramonti
e lascia che ti prenda per la mano
per andare a vedere con lei,
della Vita indivisibile sorella,
quell’altra faccia,
nascosta, della luna.


Noi di Capo Speranza

Segnalato
Carmelo Consoli


Capo Speranza era faro e scoglio.
Come noi guardava a sud,
al filo d’oro della maree lontane.
Quattro case bianche, viottoli di capperi.
Ardore di silenzi, sinfonie di venti tra gli anfratti,
controre di lucertole, calabroni dorati.
Capo Speranza e noi fanciulli; poi nient’altro
nel cuore aspro e solitario dell’estate.
Avanti cieli immensi; il sogno, l’ansia
di terre lontane, linee sottili di avventure
e meraviglie, universi di stelle.


L’Africa, l’oriente, fragranze, culture millenarie;
calavano tramonti vermigli, candori di lune.
Di migranti e processioni di barconi
non ci parlava il cuore, né il tempo ci intimoriva.
Il mare immenso ci vestiva di schiume
e salmastro; parlava di tragedie, destini fraterni
che non capivamo nell’ora ambrata della giovinezza,
nel felice garrire delle rondini.
Noi di Capo Speranza annidati tra le rocce
come i fichidindia viola, il bianco nibbio.


Nel vuoto azzurro lo scirocco sembrava
carezza d’amore ma era sibilo lontano di guerre,
grido di libertà di popoli affamati.
L’orizzonte era una piana di smeraldo e zaffiro.
Di fiamme e fuochi c’era solo un rosso accesso
al calare della sera; l’onda una culla di stelle.
Negli occhi solo tre vele, una lampara,
una nave in fondo a sparire.
Nemmeno una traccia di naufraghi,
né correnti di morti, né echi di preghiere.
Così maturavano noi di Capo Speranza
tra il sogno della vita
e l’urlo, già nell’aria, della morte.


Angeli pescatori

Segnalato
Giuseppe Sammartano


Ci sono giorni quando allo scurare,
con l’ombra che ti crea più misteri,
passeggio sulla sabbia accanto al mare
in compagnia sol dei miei pensieri.

Il passo affonda dolce al camminare
e mentre l’onda bagna i nudi piedi,
arriva forte, fino alle mie nari,
profumo d’acqua rotta da scogliere.

Son fissi gli occhi al largo a questo mare
e per far più chiarore a l’acqua scura:
io vedo in lontananza più lampare;
come d’armenti sparsi alla pastura.

Mi fermo in quel punto ad osservare,
pensando alla fatica e al sudore
che quella gente spende per pescare
i pesci abbagliati dal chiarore.

Poi alzo gli occhi ai punti cardinali
e vedo stelle in cielo a non finire;
che grande meraviglia universale!
Mi fanno ancora oggi sbalordire.

Ma forse non son stelle e son lampare
che vedo verso il cielo in queste sere,
la stessa luce hanno e il tremolare;
come se fiamma muove a dolci spire.

Costante guardo, messo a studiare,
la strada giusta che mi fa capire
se quella luce che ci fa abbagliare
uguale ai pesci ci fa riunire.

La mente mi fa questo immaginare:
una Divina rete messa a giri
da Angeli, che messi li a pescare,
riportano la gente a lor potere.

Ma freno questo mio fantasticare,
che la realtà mi spinge e vuole aprire;
è forte il suo regno e vuole stare!
Mi resta solo un attimo per dire:

– meschino è l’uomo che si fa abbagliare
da quelle luci che non sono vere.
Finisce come il pesce che dal mare,
venduto vien per strade e cantoniere! –


Emigranti

Segnalato
Ferruccio Giaccherini


Tutto ebbe inizio
quando tu smettesti di ricordare
ed io incominciai a sorridere,
o è stato l’opposto forse:
di noi non so dire chi rideva e chi parlava.
Certo ricordo che nessuno ascoltava l’altro,
per questo ora mi tradisce la memoria.
E cosa c’è mai di strano
tra figli di città lontane,
clandestini di mondi
del tutto dissimili, che ignoriamo entrambi.
Ma tutto finì solo allora,
quando io smisi di fare qualcosa
e tu invece la incominciasti, o viceversa
senza consapevolezza
né attenzione,
senza nemmeno guardarci negli occhi,
riconoscere il colore della pelle,
le foto da casa, il timbro sul passaporto.


Prima no;
prima eravamo dei simili,
dei fratelli,
dei naufraghi sullo stesso battello.


Segnalato
Nino Cesarano


‘nu scugnizzo niro


Nun me dicite cchiù
ca tengo ‘a pelle nera
so’ nato comme a vvuje
dint’’a ‘stu vicariello.


Io pure pe’ disgrazia
e pe’ ‘na sciorta ‘nfama
nun saccio chi m’è pate
e chi m’’a date ‘a vita.


So’ stato abbandunato
appena a quatte mise
e ‘a tanno so’ sbattuto
comme a ‘na pezza ‘nfosa.


Nun saccio che sapore
tène ‘na marmellata,
‘na fella ‘e carne arrusto,
‘na puglia ‘e ciucculata.


Io mangio pane tuosto
ca me dà ‘Mmaculata
chella c’’a piccerillo
me tène dint’’a casa.


Canosco sulo ‘a scola
ca fanno ‘nmiez’’a via
addò se ‘mpare ll’arte
e te sapè arrangià.


Perciò ve dico a vvuje
scugnizzi ‘e miez’’a via
nun me mettite ‘ncroce
nun me chiammate “’o niro”.


Ma dateme l’ammore,
ca già tenite ‘ncore
ca nun ve costa niente
pecchè v’ha dato Dio!


traduzione:

uno scugnizzo negro

Non ditemi più
che ho la pelle nera,
sono nato come voi
in questo stesso vicolo.


Io pure per disgrazia,
e per una malasorte
non sò chi sia mio padre
e chi mi ha partorito.


Sono stato abbandonato
a soli quattro mesi
e da allora non ho pace
son trattato da straccio.


Non conosco il sapore
della marmellata,
non ho mai mangiato carne
né gustato la cioccolata.


Mi nutro di pane duro
che mi offre Immacolata
la donna che da piccolo
mi tiene in casa.


Conosco la scuola
della strada
dove ognuno impara
l’arte di arrangiarsi.


Per questo dico a voi
scugnizzi della strada
non mettetemi in croce
non mi chiamate “il negro”


Ma datemi un po’ d’amore,
che già tenete nel cuore
che a voi nulla costa
perchè ve lo ha dato Dio!


Il giorno dell’amore (a settant’anni)

Segnalato
Angelo Vecchio


Ricordo il tempo della giovinezza,
quando col tuo sorriso mi ammaliavi,
ed io ero una roccia, una fortezza,
almeno… era quel che tu pensavi.

Ricordo quando insieme si correva
per afferrare una farfalla, un fiore;
poi, forse fatto apposta, si cadeva,
e ascoltavamo il battito del cuore.

Io ti stringevo al petto con passione
e ti baciavo con ardor di fuoco,
avrei addomesticato anche un leone
per regalarlo a te, così, per gioco.

Ora m’appoggio spesso al mio bastone
e tu colori i grigi tuoi capelli,
t’incipri ed accarezzi un’illusione,
pensando agli anni verdi, ai tempi belli.

Cosa rimane di una lunga vita
trascorsa insieme tra gioie e dolori ?
Oh, tanto, tanto ! Una serie infinita
di eventi che hanno unito i nostri cuori.

Quante cose ho imparato io da te
che sei stata compagna mia affettuosa !
Tu mi hai fatto sentire come un re,
tu, la mia regina e la mia sposa.

San Valentino ! E’ il giorno dell’amore.
Io tendo a te la tremolante mano,
tu la stringi e la poggi sul tuo cuore,
e andiamo avanti insieme, piano piano.


Lontano

Segnalato
Gaetano Ascione

Dicono che da Te sono lontano.
Anzi di più. Diametralmente opposto.
E che pentirmi, ormai, sarebbe vano;
‘ché non ho fede, né la testa a posto.

Forse mi avranno inteso bestemmiare,
quando mi prende forte lo sconforto.
Purtroppo è vero. Non si può negare.
Non posso certamente dargli torto.

Ma Tu lo sai, che non è come pare.
E’ vero! Sono un grande peccatore.
Ma che ha bisogno spesso di pregare,
e ha solo Te per interlocutore.

Però in disparte, a farlo mi son messo.
’Ché m’imbarazza l’ostentar la fede.
Perciò, qualcuno resta un po’ perplesso
e che Ti parlo spesso, non ci crede.

Da piccolo, l’ho fatto anche davanti
al quadro Tuo che stava sul comò.
Dove tra i suoi defunti ed i suoi santi,
mia nonna, proprio lì Ti sistemò.

Ma ora, in questi giorni, dove Sei?
Aspetto un segno Tuo. Vorrei capire.
Lo so che assai di più, pregar dovrei,
ma riempimi di Te, Fatti sentire.

Comincia a fare freddo nella vita,
ed io mi accorgo d’esser quasi nudo.
E di questa coscienza non pulita,
meschinamente, me ne faccio scudo.

Dicono che noi due siamo lontani.
Ma fortunatamente, non mi pare.
Anche se non si giungono le mani,
tengo il mio modo strano di pregare.

E vivo coltivando la speranza,
che la paura diverrà fortezza.
Che troverò nel poco la sostanza
e del Tuo amore ne riavrò certezza.

***

Ma questa qui, vi sembra una poesia?
Mi lusingate e mi fa assai piacere.
Io dico invece, presunzione mia,
ch’è la più vera delle mie preghiere.


Chissà se Dio

Segnalata
Rosanna Spina

Chissà se Dio cammina con la croce
dei figli che si piegano al suo peso,
e con un pianto secco, senza voce,
avvistano ugualmente la sua luce

O forse il sacrilegio lo avrà ucciso
di volta in volta, in stillicidio lento,
tra scherno di colui che lo ha deriso
e chi professa il vuoto, indifferente

Con Dio ci ho litigato troppe volte
credendolo vivente – ed era morto
e quando infine ho ucciso il mio dolore
mi è parso di vederlo: era risorto

Stringeva forte tra le braccia
un figlio, dal sangue rinasceva bianco
un giglio, entrambi mi parlavano
del regno che non si sa s’è vero
o è solo un sogno


All’imbrunire

Segnalato
Salvy Musso

Risibile arciere
in perenne tenzòne
depongo le armi all’imbrunire,
poi calmo m’appresto ad indugiare
su tutto ciò che può arrivare:
parole di sole,
pensieri velati,
l’armonioso suono del silenzio.
Già vorrei risanar le ferite
di un’altra guerra subìta
che di speranza adornata,
s’affaccia la sera
sulla mia vita.
Maliarda eroina d’infinite avventure,
m’illude narrando
chimere di polvere e vento
ed io,
che d’argilla son fatto,
attendo pacato l’arrivo di un dio.
Vien dopo la notte a portare la pace,
dal cuore al respiro,
dall’anima agli occhi,
mi lega ai sogni
che porto in me stesso.
Volare:
ecco il verbo dell’irraggiungibile recondito
che apre le ali al torpore
donando pace e calore,
come terra feconda al germoglio dei semi
od un ventre materno al suo bambino.
Si veste quindi d’azzurro il mio destino
e solo in quel mentre mi sento vivo,
dall’ora più tarda
fino a un nuovo mattino.


Africa


1° classificato
Stefano Mazzariello


Il globo di fuoco s’innalza d’incanto:
l’antico rituale del giorno che indora
la terra ed il cielo nel rosso amaranto
che sfuma nel rosa, magìa dell’aurora…

Forse è l’opera di uno sciamano
che in una danza richiama gli dèi;
viaggia il mio sguardo e spazia lontano…
che ore sono?...Soltanto le sei!

Sinuosa, la fiera abbandona la tana
e s’avventura per terra romìta:
segue la legge della savana
che lega tutto in un Ciclo di Vita.

Volano uccelli dai mille colori
su… verso spazi splendenti di luce
e i loro canti, magnifici cori,
sono un assolo che all’Uno conduce.

E c’è un bambino dagli occhi di sole
che non ha nulla e mi guarda stupito,
pare che invochi le mie parole:
povero piccolo, scalzo e svestito!

In uno slancio di compassione
gli volgo un cenno, come un invito:
tra lui e me chi è il leone?
Lui, un selvaggio, o io “progredito”?!

Io che rincorro la gloria vana,
che non mi accorgo se è giorno o se è sera,
o lui che corre nella savana,
l’anima colma di gioia vera?

Egli ha la pace stampata sul viso:
sulla sua pelle riarsa e scura
spicca il candore del suo sorriso…
ridere è proprio all’umana natura!

Per contro, io sono sempre accigliato,
insoddisfatto rincorro chimere;
dicono tutti che son fortunato
perché confondono “essere” e “avere”.

Ma chi, davvero, ha il mondo in mano?
Io con i nervi a fior di pelle
o quel bambino di un luogo lontano
che si addormenta sotto le stelle?


Il Grido Del Mondo

2° classificata
Claudia Alessandra Messina


Il grido del mondo Un angelo,
un giorno,sentì un lamento,
e mentre volava nel blu profondo,
posò il suo piede nel nostro mondo,
per ascoltare la voce del vento.
Gridava il vento: ”questo mondo è diviso!
Metà brilla come i diamanti,
dall’altra s’odon lamenti e pianti”.
Gridava Luca, pestando i piedi a terra,:
“voglio una bici per giocar giù in cortile”.
Gridava Hamed, voce di guerra,
e correndo imbracciava il suo fucile.
“Non lo voglio!” gridava, Michael ,ogni giorno a pranzo,
allontanando la sedia dalla tavola imbandita.
mentre, in Africa, Omar,
gridando invitai suoi amici a divider qualche avanzo.
“E’ mio!” gridava Lucia alzando la testa,
avvolta nel suo abito di rosso velluto.
Gridava in silenzio la piccola Yuka,
il cui corpo era stato venduto.
L’angelo, con le mani chiude le orecchie per non sentiree,
grida al Padre, che sta su nel cielo:
“Dai loro occhi togli quel velo
che questo mondo porta a morire.”
E’ l’unica voce in un mondo che tace,
a gridare con forza: ”Pace, pace, pace…”


Minuti trascorsi


3° classificato
Vito Ricchiuto


Dove scappano i minuti trascorsi?
Corrono in un cimitero a destare fantasmi:
o paranormali e felici spasmi
o angoscianti e sanguigni rimorsi.


Che fine fanno le lacrime asciutte?
Resta un’amara onirica atmosfera,
una fitta sul calar della sera,
un crogiuolo lungo le arterie tutte.


E, solo, a elencare ti ritrovi
quei tuoi sprecati troppo pochi “t’amo”.
Più penso più i pensier paiono rovi:
il tempo passa e noi ce ne accorgiamo.


La storia è scritta, la si può cambiare?
I destini s’incrociano e si salvano
ma la chance deve ancora arrivare;
posso contare i secondi che mancano!


La pazienza è assaltata dai però:
l’automa marcia seguendo i circuiti,
io schiacciato da eventi fortuiti.
Forse sto solo aspettando Godot.


Risultati di tutte le edizioni del concorso:
Premio Nazionale di Poesia Maranatà XIII Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà XII Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà XI Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà X Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà IX Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà VIII Edizione 2013 /2014
Premio Nazionale di Poesia Maranatà  VII Edizione
Premio Nazionale di Poesia Maranatà VI Edizione
 
 
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